Julian Charrière, la prima mostra personale in Italia al MAMbo di Bologna

In un periodo storico in cui le nuove generazioni sono fortemente sensibilizzate rispetto alla problematica delle condizioni climatiche ed ambientali in cui versa il pianeta terra, la mostra di Julian Charrière – la prima personale esposta in Italia – arriva al momento giusto.

Julian Charrière (al cenro) durante la Conferenza Stampa di presentazione

All We Ever Wanted Was Everything and Everywhere, questo il titolo del progetto ideato dal giovane artista franco-svizzero (classe 1987) esposto al MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna, e visitabile fino all’8 settembre 2019.
La mostra si presenta come un percorso sensoriale ed immersivo composto di video, installazioni ed immagini che accompagnano lo spettatore in un viaggio nei posti più reconditi del Mondo alla scoperta della loro storicità e delle mutazioni che questi luoghi hanno subito per mano dell’uomo nel corso del tempo.

Varcando la soglia della stanza che anticipa l’entrata nella Sala delle Ciminiere del Museo, sala in cui è dislocata tutta la mostra, la sensazione è quella di entrare in una sorta di “grotta” in cui lo spettatore viene inghiottito dal buio, smorzato però, da un megaschermo in cui sono proiettati vari luoghi, un’insieme di posti mozzafiato e luoghi compromessi dall’agire prevaricatorio dell’uomo.

L’esposizione segue la doppia relazione tra civiltà e ambiente accompagnando passo, passo, il visitatore verso nuove consapevolezze.
Julian Charrière si muove come un antropologo-archeologo, spesso in condizioni estreme, per studiare la storia di luoghi dimenticati come l’atollo di Bikini nelle isole Marshall, nell’Oceano Pacifico, le profondità marine o ad esempio l’ex sito di test nucleari di Semipalatinsk in Kazakistan, con lo scopo di riuscire a prevederne il futuro, anche attraverso le nuove tecnologie di esplorazione.

Addentrandoci nella mostra troviamo di fronte a noi un’installazione davvero sorprendente, e che è l’opera che dà il titolo alla mostra stessa, composta da una gigantesca campana da immersione che rimanda ad una storicità, al modo in cui, in passato, venivano esplorati gli oceani ed inevitabilmente è anche un riferimento diretto alle immersioni subacquee, leitmotiv dell’intera esposizione.

All We Ever Wanted Was Everything and Everywhere

All We Ever Wanted Was Everything and Everywhere viene seguita da Pacific Fiction, opera composta da dei piombi disseminati lungo il percorso ovvero delle noci di cocco racchiuse in gusci di piombo con lo scopo di rendere omaggio agli abitanti delle isole Marshall per le oppressioni subite a causa dei test nucleari, dalla riproduzione di un sontuoso lampadario formato, non da cristalli, ma con dei sacchi di plastica trasparenti riempiti di acqua marina prelevata nei luoghi di ricerca, mentre in fondo si staglia un altro schermo, l’opera As We Use to Float, che mostra le immagini di un relitto che giace sul fondale dell’Oceano Pacifico, nel cimitero delle navi affondate nell’atollo di Bikini accompagnate da suoni che sono parte integrante dell’esposizione e continuano il fil-rouge dell’inquinamento ambientale facendo riferimento in questo caso al tanto discusso tema dell’inquinamento acustico.

Il lampadario formato da sacchi di plastica trasparenti riempiti di acqua marina.

Piccola parentesi storica: l’atollo di Bikini situato nelle isole Marshall, nel Pacifico, dopo il Secondo Conflitto Mondiale fu occupato senza scrupoli dagli Stati Uniti che lo trasformarono in un teatro per testare le armi nucleari. I 167 abitanti dell’atollo vennero deportati in altro atollo, Rongerik, a circa 200km di distanza.

Where Waters Meet

Dopo la parte iniziale si arriva alla parte, probabilmente, più suggestiva della mostra che prevede un’altra immersione nel buio e nell’acqua. L’opera Silent World, una vasca in cui viene proiettato un filmato da cui esce del vapore acqueo e Where Waters Meet, una serie di fotografie che ritraggono dei subacquei che si immergono e scompaiono scendendo a 35 metri di profondità senza nessun ausilio, né pinne, né ossigeno, muovendosi in sincronia con tutto ciò che li circonda quasi come delle macchine.
Qui l’acustica, combinata alle immagini dell’acqua, piuttosto che suscitare il problema di inquinamento acustico, porta lo spettatore in uno stato di rilassamento che scaturisce delle sensazione primigenie.

Dopodiché, si ritorna in superficie e si raggiunge il Kazakistan con la serie fotografica Polygon.
Il sito di Semipalatinsk è un altro posto corrotto dai test nucleari, luogo in cui l’artista si è volutamente esposto alle radiazioni per riuscire a catturarle non essendo altrimenti visibili ad occhio nudo. Questo processo è stato possibile sporcando un negativo con della terra contaminata del sito facendo trascorrere due settimane prima di svilupparlo.

Somehow They Never Stop Doing What They Always Did

Molto interessante l’opera Somehow They Never Stop Doing What They Always Did, delle riproduzioni di strutture arcaiche formate da mattoncini di diversi materiali che, inumiditi con l’acqua proveniente da diversi fiumi, tra cui l’Eufrate, nel corso dell’esposizione si decomporranno rassomigliando sempre più a degli archetipi architettonici.

Savannah Shed

Altra installazione di rilievo è Savannah Shed, un’appropriazione artistica, ricostruzione di un metodo creato ed utilizzato da alcuni scienziati per analizzare il livello di contaminazione da radiazioni di un caimano, rilasciato nel 1964, a causa di un incidente in una riserva nucleare nel South Carolina. I suoni dello spettrometro a scintillazione scandiscono il tempo che metaforicamente definiscono il decadimento radioattivo.

We Are All Astronauts

In un’altra stanza è disposta l’opera We Are All Astronauts, una serie di mappamondi sospesi senza riferimenti geografici tolti volutamente dall’artista attraverso una carta abrasiva mostrandoci così un mondo senza confini, un mondo completamente globalizzato formato da un’unica grande identità.

A chiudere il percorso, anche se posizionata nel foyer del Museo, è l’opera In The Real World It Doesn’t Happen That Perfectly, un perfetto esperimento sociale realizzato insieme a Julius von Bismark, un lavoro durato cinque mesi che ha messo davvero in discussione la veridicità delle informazioni proposte dai media. L’opera si compone di video visibili in alcuni monitor di un ricostruzione reale, fatta dai due artisti, di siti archeologici costruiti con dell’argilla e fatti poi esplodere con lo scopo di divulgarne il video e la notizia spacciandola per un attacco terrorista nel Arches National Park dello Utah. A cadere nella trappola della fake news sono stati anche, ed incredibilmente, la CNN, Fox News e il Daily Mail.

In The Real World It Doesn’t Happen That Perfectly

All We Ever Wanted Was Everything and Everywhere si presenta perciò come uno studio davvero singolare sulla relazione tra uomo e ambiente con al centro la pseudo supremazia dell’uomo sulla natura, senza però, e questo è un elemento fondamentale, la presunzione di biasimare o putare il dito contro il visitatore. Indubbiamente mette in luce una realtà triste, ovvero quella dell’inquinamento, ma ciononostante è un’esposizione che suscita della positività, data fondamentalmente dall’idea di “inizio”, di “origine”, insita nell’elemento predominante di tutta la mostra: l’acqua.

Molto interessante e sicuramente da non sottovalutare è il focus proposto dall’artista sul tema scottante delle fake news, una piaga globale da cui è davvero difficile svincolarsi.


Chiara Callegari, giornalista, conduce la trasmissione Caffè Scorretto in onda su Ciao Radio il sabato alle 19.00. Su Facebook la trovate QUI.

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