La vita è “qualcosa di meraviglioso”: una partita a scacchi

Le favole servono per estraniarsi dalla realtà ed anche le storie raccontate in un film ci aiutano a passare qualche ora distratti dalla nostra quotidianità, spesso grigia. “Qualcosa di meraviglioso, film diretto da Pierre-François Martin-Laval, spariglia le carte perché racconta una favola che è realtà e, anzi, proprio dal fatto di raccontare una storia vera trae la sua forza narrativa.

Il film sarebbe una semplice favola per sognatori se lo spettatore non si sedesse a guardare la pellicola con la consapevolezza che tutto ciò che vede è accaduto realmente. Il film racconta la storia di Fahim, un bambino che vive in Bangladesh con la sua famiglia e che ha ereditato dal padre la passione per il gioco degli scacchi nei quali è un vero campione, tanto da guadagnarsi da vivere proprio vincendo le partite. Il padre si oppone al regime, è ricercato, ed anche Fahim rischia di essere arrestato e ucciso, così  il padre decide di fuggire a Parigi col figlio, lasciando in Bangladesh la moglie, una figlia e un figlio non ancora nato.

A Fahim nessuno dice la verità, gli raccontano che deve andare a Parigi per incontrare il Maestro degli scacchi. Passerà parecchio tempo e ci saranno molte peripezie, però, prima che Fahim possa arrivare a Parigi e incontrare Sylvain che è stato un campione e adesso sta cercando, in un centro per gli scacchi piuttosto sgangherato, il suo erede. Proprio mentre Sylvain intuisce il talento di Fahim e lo iscrive al Campionato Nazionale di scacchi, a padre e figlio viene negato lo status di rifugiati: il padre deve tornare in Bangladesh e Fahim verrà ospitato in una casa famiglia in attesa di adozione.

Sylvain non si arrende, riesce a cambiare il regolamento del Campionato permettendo a Fahim, pur non essendo cittadino francese, di partecipare e, quando Fahim vince, ottiene la cittadinanza e la possibilità di far arrivare a Parigi anche la madre, la sorella e il fratellino che non ha mai conosciuto: è passato più di un anno dalla partenza.

Il film raccoglie diversi generi: a volte pare un documentario, altre volte vira sul sentimentale, spesso è poetico, come quando Fahim, andando a Marsiglia per partecipare al campionato, vede per la prima volta il mare. Il tema è quello del gioco metafora della vita e della vita che pare un gioco, perché, come ripete Sylvain, il gioco degli scacchi è lo sport più violento perché è uno scontro di menti e non di corpi. Allo stesso modo Fahim, spesso inconsapevolmente, vive la sua vita come su una scacchiera, con mosse e contromosse che possono salvargli la vita o fargliela perdere.

Al contrario del padre, che mai imparerà il francese, Fahim impara presto la lingua, stando coi compagni, in particolare Luna che si affeziona molto a lui, segno che i bambini sono più liberi e aperti e a loro sono date le chiavi dell’integrazione. Mentre gli adulti applicano la legge e studiano scartoffie, i bambini giocano insieme senza problemi, i compagni fanno a gara per ospitare Fahim, lo consigliano, gli insegnano le parole e il loro modo di vivere. Abituati ad arrivare sempre in ritardo perché “in Bangladesh nessuno guarda l’ora e tutti sono felici”, Fahim subito capisce che in quel nuovo mondo che sta conoscendo la puntualità è un valore, mentre il padre continua fino all’ultimo a ritardare.

Il maestro Sylvain, burbero dal cuore tenero, è il personaggio ideale per Gérard Depardieu che infatti brilla per la sua interpretazione e che spesso nella sua lunga e fortunata carriera si è trovato a interpretare ruoli di questo tipo, su tutti il George Fauré di Green Card. Sylvain nasconde la sua fragilità dietro la scontrosità, si finge forte trattando male gli altri e fa fatica a dichiarare il suo amore a Mathilde che però ha compreso che dietro la scorza dura c’è sentimento e dolcezza e non attende che un suo cenno per costruire qualcosa insieme. Lei aiuta molto anche Fahim ed è dovuta al suo intervento la felice conclusione: lei sa vedere al di là di quello che gli altri vogliono mostrare di sé.

Il titolo originale della pellicola è semplicemente Fahim, forse più corretto, perché il titolo italiano mette troppo l’accento sull’aspetto favolistico e pare prendere già una posizione buonista e moralista. Il film invece è tutt’altro: si sente la legge, si dà la parola anche a chi è contrario all’immigrazione senza prendere posizione e anche se alla fine non si può non lottare col povero Fahim e quasi ne condividiamo empaticamente le perizie e le difficoltà, si comprende che il film non vuole cambiare le nostre teste, ma semplicemente raccontarci una storia.

Le immagini che ci mostrano prima il viaggio infernale di Fahim, tra corruzione e difficoltà, e infine magnifiche immagini della Ville Lumiére sono un capolavoro registico che ci permette quasi di tirare un sospiro di sollievo, come se avessimo condiviso davvero le avventure del piccolo protagonista. Anche la sceneggiatura è intelligente senza facili scivoloni nella lezione morale, ma con tante battute che servono per sdrammatizzare le vicissitudini più cupe e tristi.

Un film sull’immigrazione che sembra una favola, che invece è reale e combattuta come una partita a scacchi.

(Claudia Culiersi)

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