La corona del virus

“Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno ….” Chi di noi non ha studiato I promessi sposi, capolavoro di Alessandro Manzoni? La storia d’amore dei due fidanzati perseguitati è accompagnata da una cronaca puntuale della pestilenza che davvero colpì Milano nel Seicento.

Ricordo ancora la scena nello sceneggiato di Salvatore Nocita dedicato all’opera manzoniana: un lanzichenecco malato arriva a Milano, ha fame, cammina per le bancarelle del mercato, si ferma in una, compra da mangiare e paga con una moneta: la scena apparentemente banale risulta invece inquietante perché il regista è abile nel farci capire, senza parole, che la peste è arrivata attraverso quella moneta. Quando si studia Manzoni si pensa sempre che la peste sia un ricordo dei secoli andati, di un Medioevo torvo ed enigmatico, invece oggi la peste è tra noi e si chiama Covid 19 (Corona Virus Disease 19).

Nessuno sa esattamente cos’è, né come fronteggiarlo, ma, complice anche lo stile di vita globalizzato che abbiamo oggi, il virus non si limita ad una città o ad una regione, ma sta colpendo tutto il mondo, pare quasi seguendo l’andamento del sole dal suo nascere in oriente, al passaggio in Europa fino al suo arrivo in America. Questa malattia non colpisce solo i polmoni, ma anche la nostra stessa esistenza. La gente si è accalcata nei supermercati per fare scorte, sui mezzi pubblici viaggia poca gente, i ristoranti sono vuoti, cinema, teatri e musei chiusi: quello che non poté il terrorismo, lo sta facendo il Coronavirus. Fa impressione vedere le partite giocate in stadi che paiono cattedrali nel deserto e lascia turbati aspettare un applauso dal pubblico durante un programma televisivo e sentire il silenzio, metafora del silenzio che ci sta avvolgendo. Ho capito l’altra sera quanto la malattia avesse coinvolto anche la mia vita.

Avevo poca batteria nel cellulare, ma non avevo voglia di metterlo in ricarica, ho deciso che l’avrei fatto la mattina seguente. Poi un colpo di tosse e ho pensato che era più sicuro ricaricarlo, caso mai dovessi correre in ospedale. In un servizio televisivo hanno fatto sentire la telefonata al 118 di una signora che chiedeva addirittura se fosse sicuro prendere l’ascensore. Amici e colleghi mi raccontano atteggiamenti simili che dalla giusta prudenza sfiorano la scaramanzia. Temo che, anche quando questo incubo sarà finito, la nostra vita non sarà più quella di prima, perché adesso abbiamo imparato davvero che il male è subdolo, che può sederti accanto al bar, mangiare con te, essere il tuo migliore amico.

Questo virus contagia attraverso la nostra umanità: stringersi, baciarsi, abbracciarsi, parlare: cos’altro deve fare un essere umano con un altro essere umano?

C’è un altro romanzo che narra di una pestilenza, La peste di Albert Camus, ma in questo caso la peste è vista nei suoi particolari più macabri, e i personaggi sembrano farsi guidare e comandare da essa che, come padrona terribile, li falcidia dopo averli umiliati e impauriti. La peste è sicuramente la protagonista del romanzo di Camus, mentre non lo è di quello del Manzoni, che ha eletto come protagonista la Provvidenza. In una sorta di fiaba, nel racconto manzoniano muoiono solo i cattivi, Renzo guarisce e Lucia non si ammala, il matrimonio non è impedito dalla malattia, ma dalla cattiveria umana di chi, come don Rodrigo, si crede il padrone del destino degli altri, quando, dice Manzoni, il custode di tutto è solo Dio che con la sua Provvidenza guida gli eventi della storia di tutti e di ognuno.

Non bisogna essere credenti per comprendere che la paura attecchisce meglio dove non c’è speranza, dove si vive ogni giorno come un unico pezzo della propria vita senza collegamenti col passato e col futuro, quando basta passare la giornata per tirare un sospiro di sollievo, come se vivere fosse una seccatura. A volte lo è, eccome! Non dimentichiamo tutto ciò che è stato seppellito sotto la sabbia del Coronavirus: il lavoro che non c’è e che spesso quando c’è è poco dignitoso, la politica traballante, le tante ingiustizie che vediamo (o addirittura subiamo) ogni giorno, il fatto che pochi hanno tanto e tanti hanno poco, o pochissimo, poco denaro, poco cibo, poca dignità. Totò diceva che la morte è A’ Livella, cioè colei che rende tutti uguali, forse anche la malattia svolge questo ruolo livellante.

Secondo lo storico Walter Scheidel, guerre e pestilenze hanno sempre svolto un ruolo di livellatore sociale, quello che si credeva potesse svolgere, con esiti meno nefasti, la democrazia. Non è stato così, e, se hanno ragione i cospirazionisti a pensare che il virus contro cui lottiamo sia il primo atto di una guerra mondiale batteriologica, forse l’umanità in fondo non si ama. Ognuno può fare qualcosa nel suo piccolo per sconfiggere il virus, prima di tutto quello della paura: senza minimizzare, rispettando le norme riportate nei nostri decreti – le moderne “grida” manzoniane! – e usando la testa (inutile chiudere le scuole se poi i bambini vanno a giocare insieme nel parco) potremo usare il cuore nei nostri rapporti e non solo l’interesse e l’ipocrisia.

Possiamo vivere regalando, se non baci e abbracci, almeno qualche sorriso che fa bene soprattutto a chi lo fa prima che a chi lo riceve. Quando percepiamo il pericolo capiamo davvero chi e cosa conta, e speriamo che affari, speculazioni, i problemi quotidiani che restano, non ci offuschino la vista impedendoci di cogliere la svolta che questo momento può darci. Siamo malati, sì, ma il virus è nel nostro cuore e nella nostra società che non sa più costruire niente e non sa più sperare e sognare.

I protagonisti de I promessi sposi sono dei semplici, degli umili, che sanno vivere nella società avendo uno sguardo umano, e per questo non soccombono né alla società né alla malattia. I personaggi di Camus sono più moderni, si rivolgono solo alla medicina (cosa giusta, per carità) e non anche alla loro umanità, per questo soccombono. In questo momento prendiamo ad esempio medici e infermieri che si sacrificano, lottano e rischiano per il bene comune e iniziamo a chiederci cosa noi possiamo fare per migliorare il mondo, perché un mondo migliore è un dono per tutti. Pensiamo davvero di essere tutti parte del genere umano e non solo quando ci fa comodo per un buonismo di facciata.  

Il momento è brutto, orribile, però possiamo fare in modo che non sia la fine, ma l’inizio di qualcosa di meglio, come Dante che deve partire dall’Inferno per arrivare al Paradiso.

(Claudia Culiersi)

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