Francamente (non) me ne infischio

Ci sono casi in cui la legittima pretesa di rispetto per se stessi diventa mancanza di rispetto per gli altri. È evidente che in casi come questi la giusta rivendicazione invece di avere la considerazione che merita e sensibilizzare l’umanità, porta gli altri ad essere ostili alla propria causa, che spesso, purtroppo, si veste di violenza e di farsa. Se è vero, come diceva George Orwell, che “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”, anche sulle lotte e sulle rivendicazioni, pur sacrosante, spesso cala l’ombra sinistra della moda.

Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri

(La fattoria degli Animali, George Orwell)

Sono settimane che l’America è messa a ferro e fuoco da manifestanti che si ribellano alle discriminazioni contro gli afroamericani. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il soffocamento, durato 8 minuti e 46 secondi, di George Floyd da parte di un poliziotto: da allora, oltre alle manifestazioni, continuano ad emergere altri filmati dello stesso tenore, con poliziotti bianchi che uccidono afroamericani. È davvero grave che chi dovrebbe difenderci in realtà si mostri brutale e crudele, forse lui stesso brutalizzato da una vita passata sul bordo del precipizio, lottando contro il malaffare e rischiando di esserne la prossima vittima. Forse anche tra i tutori dell’ordine, ci sono razzisti, capaci di essere deboli coi forti e forti coi deboli. In ogni caso un comportamento censurabile, che merita una punizione.

Ho sempre ammirato i ragazzi delle forze dell’ordine, perché, spesso giovani e quasi sempre per stipendi minimi, rischiano la vita per la nostra incolumità. Purtroppo in ogni ambiente di lavoro, dal più umile al più importante, c’è sempre chi svolge la propria mansione con passione e abnegazione e chi di malavoglia, solo per portare a casa la pagnotta, senza rendersi conto che ognuno ha un proprio posto nel mondo per renderlo migliore.

Immagine del 2016 dell’attentato a un mercatino di Natale sulla Breitscheidplatz a Berlino.

Era quasi Natale 2016 quando un terrorista islamico seminò il terrore al mercatino di Natale di Berlino, uccidendo, tra gli altri, anche una giovane italiana. Qualche giorno dopo, l’attentatore fu ucciso in una sparatoria a Sesto san Giovanni e i poliziotti che avevano compiuto l’operazione (completamente inconsapevoli, loro avevano solo sparato ad un sospetto che, sentendosi braccato, aveva estratto un’arma, senza sapere chi fosse) furono osannati unanimemente da tutti i capi di Stato europei, a partire da Frau Merkel. Se loro non avessero sparato, forse quella notte avremmo pianto un giovane poliziotto e avremmo un terrorista in fuga, pronto a seminare terrore in qualche parte del mondo.

George Floyd non aveva colpe così gravi, aveva solo comprato delle sigarette con una banconota da 20 dollari falsa: una colpa che non merita certo la morte. Per questo è giusto inginocchiarsi come tanti nel mondo hanno fatto e come, spiritualmente, ognuno in coscienza dovrebbe fare.

La voglia di inginocchiarmi mi è passata quando ho iniziato a vedere che la giusta causa diventava un motivo per distruggere, per seminare il panico, per creare confusione. E, soprattutto, quando è stata toccata la cultura.

Immagine tratta dal film “Via col vento”, proiettato per la prima volta il 15 dicembre del 1939 ad Atlanta (USA). Hattie McDaniel, l’attrice che ha interpretato Mami, è stata la prima donna afroamericana a vincere l’Oscar come attrice non protagonista.

Ho visto Via Col vento decine, forse centinaia di volte, tanto da poterne recitare dei passi a memoria, ho letto il romanzo di Margaret Mitchell in pochi giorni benché sia di circa 1000 pagine, perché lo trovavo avvincente e leggendolo non mi rendevo conto del tempo che passava. Che non sia più nel catalogo della HBO, che un cinema di Parigi ne abbia interrotto la proiezione perché considerato un elogio dello schiavismo, mi fa accapponare la pelle. Quel romanzo e il film che ne derivò nel 1939 sono un’opera d’arte che può piacere o no, si può condividere o meno, ma tale resta; non vuole essere né pro né contro lo schiavismo, vuole semplicemente raccontare un pezzo di storia americana, che ha creato quell’America di cui gli americani si lamentano, certamente piena di difetti, ma pur sempre patria delle opportunità e della libertà.

Forse Frau Merkel sta pensando di censurare I Promessi sposi perché la peste viene portata dai Lanzichenecchi, quindi i tedeschi, ergo è sicuramente un testo anti tedesco. Non è solo una discussione sui contenuti, che appare quasi ridicola: bisogna evitare che la cultura e la nostra memoria siano in mano a chi urla più forte, a chi fa più paura, perché in questo caso non aumenteranno i nostri diritti, come chi urla vuole farci credere, ma ci verrà tolta anche la possibilità di parlare.

Il primo rispetto che dobbiamo a noi stessi, al di là di ogni differenza, è preservare la memoria e la cultura, perché solo così avremo un futuro.

Proibire a Trump di tenere un comizio il 19 giugno, perché è la data ufficiale della fine dello schiavismo è solo il primo segno di una nuova intolleranza che sta montando.

Chiunque va fatto parlare e dopo ognuno può liberamente esprimersi su ciò che ha detto: così funziona un mondo che abbia dei diritti veri e non solo sbandierati per avere occasione di distruggere e creare confusione.

Inginocchiarsi per George Floyd è giusto, ma pensiamo a quanti motivi avremmo per inginocchiarci: sorge il sospetto che si considerino giuste solo le battaglie più trendy che qualche pecorone seguirà per non sembrare retrogrado. Il fratello ha ricordato che George è stato ucciso per 20 dollari, chiedendosi quanto vale la vita di un nero: potremmo chiederci quanto vale una vita umana, visto che spesso si viene uccisi per pochi spiccioli, qualunque sia il colore della pelle.

Inginocchiamoci a Pamela, sezionata da dei nigeriani e posta in una valigia, inginocchiamoci per le vittime della Thyssen che dopo 13 anni ancora non hanno giustizia, inginocchiamoci per i due cuginetti falciati da un SUV che procedeva come un proiettile guidato da un conducente ubriaco e drogato che si farà solo qualche anno di prigione.

Cantava De André:

Prima pagina venti notizie ventuno ingiustizie e lo Stato che fa si costerna, s’indigna, s’impegna poi getta la spugna con gran dignità.

(Don Raffaè, Fabrizio De André – 1990)

Se lo Stato getta la spugna, non gettiamola noi, lottiamo contro ogni ingiustizia, senza frontiere, non solo per quelle che vanno di moda, e soprattutto rivendichiamo la nostra cultura, l’unica che, venendo dal passato, fruita nel presente, regala un futuro all’umanità.

(Claudia Culiersi)

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