L’ultima Mandrakata

Il 2 novembre è il giorno dedicato, per chi è cattolico, alla commemorazione dei nostri cari defunti. Anche chi non crede, però, può volgere un pensiero ed un ricordo a chi amava e non c’è più riflettendo su quanto ogni persona lascia quando se ne va: un vuoto e una sua personale eredità.

Il 2 novembre (del 1755) nacque a Vienna Maria Antonietta, ultima regina dell’ancien régime con un destino infausto, ma nascere in quella data può portare, forse proprio per reazione, a regalare risate e persino ad ironizzare sul proprio destino, apparentemente segnato alla nascita.

Risata ed ironia erano certamente le cifre distintive di Gigi Proietti, che negli anni tanta spensieratezza ci ha regalato, ironizzando proprio anche sul suo essere nato nel giorno dei morti, ottant’anni fa. Frequentò il liceo classico a Roma, poi si iscrisse a Giurisprudenza, sapendo però che le strade che quel corso di studio permettevano non erano quelle che lui voleva seguire. Sin da piccolo, infatti, animava le serate in famiglia con sketch e barzellette, suonava tanti strumenti (chitarra, pianoforte, fisarmonica e contrabbasso) e cantava bene.

La sua passione era la musica, non il teatro che, come ha sempre detto, non conosceva, e così iniziò a studiare e poi ad esibirsi nei night club romani. Per un periodo frequentava le lezioni all’Università la mattina, i corsi di teatro e canto il pomeriggio e la sera si esibiva fino alle 4 del mattino. Si rese conto che in questo modo si distruggeva fisicamente e non rendeva al massimo in nessuna attività, così lasciò l’Università a pochi esami dalla laurea. Questo periodo però gli permise di venire a contatto con tante persone che sarebbero poi confluite, con i loro tic e le loro caratteristiche, nei suoi più famosi personaggi. Inoltre, il night club ispirò l’unica sua partecipazione al Festival di Sanremo nel 1995 con Stefano Palatresi e Peppino di Capri con un brano dal titolo eloquente: Che ne sai (se non hai fatto piano bar)? nel quale si racconta con ironia e leggerezza la vira di un cantante di piano bar, tra frustrazioni e divertimento.

Oltre al teatro, Proietti iniziò a farsi strada anche nel cinema, nel quale ricoprì ruoli sempre più importanti; caso vuole che il suo primo ruolo sia stato quello di maresciallo dei carabinieri, anticipatore del Maresciallo Rocca televisivo. Lo volle persino Tinto Bras per il suo L’Urlo in gara al festival di Cannes nel 1968. Il grande successo però arrivò nel 1970 quando Garinei e Giovannini lo scelsero per sostituire Domenico Modugno, in diatriba con la produzione, per il musical Alleluja brava gente.

Da allora iniziò a riscuotere sempre più consensi di pubblico e di critica, diventando un mattatore in teatro, in televisione e nel cinema, nel quale, oltre che come attore, ebbe importanti riconoscimenti anche come doppiatore (sue le voci italiane di De Niro, Stallone e tanti altri attori hollywoodiani). Al cinema lo ricordiamo soprattutto per il ruolo di Mandrake in Febbre da Cavallo, ormai un cult della cinematografia nostrana. Divenne anche autore teatrale con varie opere, ma la più significativa fu A me gli occhi, please, che nel 1976 rappresentò un’innovazione nel mondo teatrale italiano.

Gigi Proietti alias Mandrake in Febbre da Cavallo

Lo spettacolo ebbe varie repliche e a più riprese fu riportato nei teatri e nei palazzetti di tutta Italia. Alternò cinema, teatro e televisione, sia in varie fiction che come conduttore, ma a quel punto era il teatro ad averlo completamente conquistato. Fu direttore del teatro Brancaccio e lì attivò anche una scuola di teatro che ha partorito alcuni dei più grandi talenti dei nostri giorni: Chiara Noschese, Gabriele Cirilli, Flavio Insinna, Enrico Brignano, che forse è quello che gli somiglia di più. Ricreò il Globe Theatre, il teatro shakespeariano di cui andava molto orgoglioso.

In tutto il suo lavoro, la cifra distintiva è sempre stata la romanità, tanto che nella fiction Una pallottola nel cuore interpreta un giornalista de Il Messaggero, il giornale di Roma. Senza facili indulgenze, ma sempre con comprensione, Proietti si è mostrato un romano verace, ha sempre raccontato Roma e la romanità facendosi però capire e amare anche nel resto d’Italia, perché partiva dal presupposto che vizi e virtù non sono di un posto piuttosto che di un altro, ma sono italiani.

Per questo vedendolo, tutti ridiamo. Ultimamente si era battuto ricordando l’importanza della cultura e chiedendo che non fosse sacrificata a causa delle restrizioni dovute alla pandemia di Coronavirus, perché è la nostra medicina dell’anima. Nel 2013 scrisse anche un’autobiografia dall’ironico titolo Tutto sommato qualcosa mi ricordo nella quale racconta la sua vita non senza stupore e ironia. È morto nel giorno del suo ottantesimo compleanno, quando nessuno si aspettava una notizia così funesta e forse lì per lì qualcuno ha pensato fosse una sua barzelletta o un suo scherzo. Così, se Roma perde certamente uno dei suoi cittadini più prestigiosi, tutti noi abbiamo perso qualcosa.

Non si può non ringraziare chi ci ha regalato risate e leggerezza in momenti duri della vita sociale e personale, ma per fortuna quelle risate sono ormai sempre con noi: basta rivedere un filmato, ed ecco che, seppur col passare degli anni quella comicità potrebbe risultarci un po’ ingenua, rideremo, perché una risata seppellirà ciò che di brutto ci angustia. Per fortuna.

   (Claudia Culiersi)

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