C’è Sanremo, tutti “Zitti e buoni”

Caro Amadeus,

Ti do del tu perché tra veglioni di Capodanno, vincite della Lotteria e ogni sera mestieri sconosciuti e parenti misteriosi, sei ormai uno di casa.

Per la seconda volta hai condotto e costruito il festival di Sanremo e quest’anno in condizioni veramente uniche e che speriamo restino tali e non debbano ripetersi. Hai dichiarato che, quando si è compreso che non ci sarebbe stato pubblico all’Ariston, hai avuto voglia di rinunciare, di arrenderti, ma la foto dei trecento operai che stavano già costruendo il palco e grazie a questo riuscivano a lavorare, ti ha convinto ad andare avanti.

Da sempre il festival non è stato solo una vetrina musicale, ma anche uno specchio della società italiana e mai come quest’anno la realtà è entrata nel festival, se non altro perché le poltroncine vuote in platea erano una ferita aperta nei cuori di tutti noi. Sono stati tanti i messaggi lanciati dal palco, soprattutto relativi al mondo dello spettacolo che a causa della pandemia è in ginocchio. Quando è apparso Umberto Tozzi l’ultima sera io per prima ho saltato e cantato in casa rivivendo le emozioni dei concerti che da un anno ci mancano. E così è stato per la serata delle cover che quest’anno era dedicata ai cantautori, con tanti brani eterni che i nostri moderni poeti hanno donato a tutti noi e che ci hanno fatto cantare, ballare e ricordare: anche in questo caso Lo Stato Sociale ha lanciato un messaggio importante a sostegno dei lavoratori dello spettacolo. Invece l’infermiera Alessia Bonari, che nel periodo più duro della pandemia è diventata un simbolo con il suo viso segnato dalla mascherina dopo turni estenuanti, ci ha ricordato il motivo per cui le nostre vite sono sospese e tutto il dolore che questa pandemia sta portando.

Giovanna Botteri ci ha raccontato come è nata la pandemia dall’altra parte del mondo, ma c’è stato spazio anche per parlare di donne con Barbara Palombelli e di disabilità con l’attrice Antonella Ferrari, affetta da sclerosi multipla e Donato Grande che con la sua carrozzina ha potuto palleggiare con Zlatan Ibrahimović. Zlatan è stato davvero una rivelazione: spigliato, ironico, non si vergogna a mostrare il suo cuore grande, come quando ha duettato con Sinisa Mihajlović. Laura Pausini ha espresso un’emozione sincera e Ornella Vanoni ha interpretato i suoi successi facendoci sognare.

Forse in gara c’erano troppi cantanti giovani, conosciuti solo a chi bazzica il web e questo ha allontanato alcuni dal festival, che ha acquistato qualità con le esibizioni dei grandi nomi della storia della nostra musica: la musica italiana si evolve ed è giusto che il festival registri i cambiamenti e dia spazio ai giovani, ma per le prossime edizioni mi permetto di suggerire un maggiore melting pot generazionale tra i cantanti in gara.

Ho amato la poesia di Ermal Meta, che tocca il cuore e fa diventare poesia ogni cosa, mi ha commossa Madame che dialoga con la sua voce, suo alter ego e sua anima, mentre Willie Peyote ha potuto anche ironizzare sul festival facendone parte e, dietro la risata, ha criticato il nostro tempo che “sembra il Medioevo più smart e più fashion”.

Quest’anno i vincitori tra i big erano più giovani del vincitore tra le giovani proposte!

Gaudiano è un cantautore un po’ vecchio stampo, fa un cantautorato sincero che tocca il cuore: la sua meritatissima vittoria indica che i sentimenti veri, anche dolorosi, conquistano sempre l’anima. Tutt’altro sentire agita i Maneskin che hanno portato all’Ariston il rock più duro alla Marilyn Manson, provocatorio e ribelle. È giusto che anche musica come questa arrivi a Sanremo, e loro nel loro genere sono bravi, ma, gridando la rabbia che tanti covano in questo tempo di sacrifici di tutti i tipi, mi pare puntino più a colpire e a provocare che a veicolare reali contenuti e valori.

Così come ho trovato fuori luogo le esibizioni di Achille Lauro, ottimo cantautore e istrione, ma in questo caso ha voluto solamente colpire, facendo (bene) generi e mise en scène già viste. Niente di così nuovo, insomma, se non corone di spine, Madonne che piangono: provocazioni non necessarie: cerchiamo di non smettere di avere rispetto per noi stessi e per le nostre radici mentre, giustamente, chiediamo che gli altri siano rispettati nelle loro differenze e singolarità. I propri messaggi si possono veicolare in tanti modi e anche da questo si distingue l’artista vero. Achille Lauro ha trasportato nel suo mondo anche Fiorello, che, a parte la corona di spine il venerdì (di Quaresima peraltro), si è confermato un grande artista: sa fare tutto, e gli basta veramente poco per fare spettacolo e creare battute, anche le poltroncine vuote.

Avere il teatro vuoto ha dato un nuovo ritmo al festival e ha permesso a te, e soprattutto a Fiorello, di conquistare nuovi spazi allo spettacolo, abbattendo ogni barriera tra chi è sul palco e chi in platea, e trasformando l’intero teatro, persino il bar, in un palcoscenico: che sia questo il futuro?

Io spero che l’anno prossimo l’Ariston sia pieno di gente, Sanremo si animi ad ogni ora e Orietta Berti non si ritrovi inseguita dalla polizia perché torna in albergo durante il coprifuoco. Intanto, per una settimana abbiamo potuto sognare e renderci conto che la nostra realtà c’è ancora, presto la ritroveremo.

Con affetto.

(Claudia Culiersi)