Human Rights Nights: al via l’edizione 2018 del festival dei diritti umani

Shadi Arabi: “voglio far conoscere al Mondo la realtà dei Godar”

Bologna si prepara alla nuova edizione del festival Human Rights Nights, il primo festival dedicato ai diritti umani in Italia. Nel corso della manifestazione, che si terrà dal 4 al 13 maggio, verranno presentati e proiettati moltissimi film che hanno come focus la tutela dei diritti civili ma non solo, in programma anche conferenze, dibattiti, concerti e mostre.

La rassegna cinematografica Human Rights Nights è nata nel 2001 e dal 2006 ha ampliato il suo programma con esposizioni d’arte contemporanea e di musica con l’obiettivo di combattere le ingiustizie, valorizzando la creatività e l’impegno comune.
Nel corso degli anni il festival è cresciuto esponenzialmente ed oggi vanta la partecipazione di 50 film documentari e di fiction con un pubblico di oltre 15.000 persone. Tanti anche gli ospiti che si sono alternati nel tempo, tra cui il Premio Nobel Dario Fo, il regista Spike Lee, e lo scrittore Carlo Lucarelli.

Anche quest’anno il programma è ricco di film interessanti e nel cartellone non ci sono solo nomi di registi già affermati ma anche quelli di esordienti talentuosi, come la giovanissima Shadi Arabi, regista iraniana laureata al DAMS di Bologna e attualmente studentessa del corso di Laurea CITEM di Bologna che partecipa alla rassegna Human Rights Nights con il suo film documentario Piccoli Trascurati (The Neglected Little Ones) frutto di un minuzioso studio in cui racconta la surreale vita, quella dei Godar, una comunità di gitani stanziati in Iran.

CR: Com’è nata la tua passione per i docufilm?

SA: Ho iniziato a vedere sulla BBC dei film documentari del regista iraniano Farshad Fadaian, un regista di nicchia che non ama la popolarità, molto colto, e mi ha colpito subito il suo lavoro. Poi ho cercato un suo contatto, decisi di scrivergli una mail per poter collaborare con lui, mi rispose e mi invitò a casa sua a Teheran, in Iran, per conoscermi e per capire le mie potenzialità e alla fine ci sono rimasta per tre mesi. Lì per lì non era convinto che avessi la stoffa per i docufilm ma poi mi ha vista lavorare e si è ricreduto complimentandosi con me.

CR: Il tuo è stato un vero e proprio tirocinio itinerante, ad un certo punto però hai deciso di fermarti, hai sentito la necessità di dover documentare una realtà molto difficile, come mai?

SA: Mentre collaboravo al progetto Due Donne con Farshad Fadain, siamo arrivati a Nord, un paese dell’Iran dove molto lontano dal suo centro vive una comunità di “zingari”, i Godar. Mi sono fermata per due ore a parlare con questa gente ed ho scoperto che vivono senza documenti e per questo non sono riconosciuti dallo Stato, e mi chiedevo come fosse possibile vivere senza identità, senza consapevolezza. Nonostante io sia iraniana non conoscevo questo popolo così ho sentito l’esigenza di far conoscere questa realtà a tutto il Mondo attraverso un docufilm, ho preso una stanza a Nord e ho iniziato a convivere con loro e da lì è nato Piccoli Trascurati.

CR: Ma chi sono queste persone che hai raccontato in ‘Piccoli Trascurati’? qual è la loro storia?

SA: Sono indiani che molti secoli fa vennero assunti dal Re come ballerini e musicisti per le feste e le celebrazioni in Persia.

CR: Girare un film in una realtà così precaria non dev’essere stato facile. Come sei riuscita a farti accettare e soprattutto come li hai convinti a farsi filmare?

SA: Il regista Farshad Fadaian ha un amico molto abbiente che ha parlato con la famiglia con cui successivamente ho trascorso la mia permanenza a Nord dicendo loro che ero una sua amica e che volevo vivere con loro, entrare nelle loro case. Ovviamente non gli abbiamo detto che li avremo ripresi con le telecamere altrimenti questa cosa li avrebbe inibiti mettendo a rischio la buona riuscita del film. Per questo ho deciso di nascondere l’apparecchiatura e inizialmente di lavorare solo con il cellulare per abituarli alle riprese e per rendere tutto meno caotico ho deciso anche di non portare nessuno con me. Poi ho cercato di vestirmi e di comportarmi come loro.

CR: Da chi era composta questa famiglia e come sono le loro abitazioni?

SA: La famiglia con cui ho vissuto era composta da 15 persone, nonno, nonna e nipoti. Vivono in un locale, un’unica stanza di cemento.

CR: Tra loro ci sono molti giovani, qualcuno di loro frequenta la scuola?

SA: Ho conosciuto solo due bambini che frequentavano la scuola. Molti di loro non ci vanno, le ragazze si sposano prematuramente e lo fanno in maniera automatica.

CR: Quindi il popolo dei Godar accetta che i giovani vadano a scuola, ma invece dagli studenti iraniani vengono accettati?

SA: Purtroppo vengono derisi dai loro compagni di scuola perché diversi e le persone della propria comunità li ritengono strani.

CR: Per questi bambini essere consapevoli che al di fuori della loro comunità c’è una realtà è forse ancora più difficile. Come affrontano la vita?

SA: Si, per loro è più difficile perché una volta tornati a casa da scuola sanno che non possono cambiare il loro destino ma essendo ancora bambini hanno sogni e sentimenti e quindi sognano di potersi affermare e un giorno di potersi emancipare.

CR: Qualcuno ha mai provato a fuggire?

SA: No, quello è il loro destino, anche se volessero fuggire dove andrebbero? E poi non hanno consapevolezza, non sanno che lì fuori c’è la vita, perché non sanno cos’è la vita. Crescendo i bambini diventano come gli adulti, senza sentimenti e senza aspirazioni, è come se cancellassero tutto dalla loro mente perché è la loro stessa vita, la loro difficile realtà a renderli così indifferenti.

CR: Tre mesi sono tanti, hai avuto difficoltà per quanto riguarda il cibo?

SA: Sono dimagrita 5kg, il cibo era povero – mangiano patate e riso – e la situazione era sempre molto critica.

CR: Ti sei mai sentita in pericolo?

SA: Avevo sempre del timore perché sono persone che non sanno distinguere il bene dal male. Un giorno uno dei Godar appartenenti ad un’altra famiglia, non conoscendomi, si fiondò con grande velocità contro di me per scagliarmi addosso una pietra. Per fortuna è finita bene.

CR: Cosa fanno per sopravvivere queste persone?

SA: Loro passano le giornate drogandosi, sono sempre sotto l’effetto di stupefacenti, principalmente dell’oppio. Elemosinano, qualcuno si prostituisce, e spacciano la droga infatti molti di loro sono in prigione proprio per questo ma la cosa più sconvolgente è la vendita dei bambini.

CR: Vendono i bambini per motivi economici?

SA: Si, ad esempio la nonna della famiglia con cui vivevo mi ha detto che il figlio che avrebbe partorito sua nipote andava venduto. Nonostante i maschi vengano venduti ad un costo più alto poco le importava se sarebbe nata una femmina perché l’importante era vendere il nascituro.
Questa cosa mi ha fatto capire che la loro vita è talmente tanto problematica da indurli a compiere azioni davvero crudeli.

CR: Di questa esperienza qual è la cosa che ti ha segnato di più?

SA: La loro inconsapevolezza, il non aver niente da perdere. Loro vivono nella totale ignoranza, non sanno cos’è giusto e cos’è sbagliato perché conoscono quella sola non-vita.

CR: Quando hai capito di avere materiale sufficiente per il tuo film?

SA: Quando le cose si ripetevano e non succedeva più nulla di nuovo. Dopo tre mesi ho deciso di andarmene così ho presentato il mio lavoro a Farshad Fadaian che ha curato il montaggio – lui infatti è anche un montatore oltre che regista e fotografo. Nel montaggio, essendo lui molto analitico e preciso, non ha voluto aggiungere scene superflue e nemmeno tagliare delle parti fondamentali, così è uscito un mediometraggio di 43 minuti. Purtroppo ho dovuto rinunciare alla partecipazione al Festival del Cinema di Venezia, ma va bene così!

CR: Però il tuo film parteciperà al festival internazionale dedicato ai diritti umani a Bologna, è comunque una bella opportunità no?

SA: Assolutamente, il festival Human Rights Nights è un occasione molto importante e sono felice che il mio docufilm faccia parte della rassegna. E a questo proposito invito tutti l’11 maggio alla proiezione del mio film al Cinema Lumière di Bologna.

CR: Progetti futuri?

SA: Non ho ancora in mente nessun soggetto ma sto cercando di creare nuove collaborazioni, anche in Iran, nella mia terra d’origine.

Human Rights Nights

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Chiara Callegari, giornalista, conduce la trasmissione Caffè Scorretto in onda su Ciao Radio il sabato alle 19.00. Su Facebook la trovate QUI.

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