Ecco perché i bulli hanno ragione: il bullismo risveglia il sonno della nostra ragione

Sempre più spesso si sente parlare di atti di bullismo, tra compagni (colpendo soprattutto quelli più deboli e fragili), ma anche verso gli insegnanti e persino nella casa del Grande Fratello. Ma questi atti non sono una triste sorpresa: il veleno che ha permesso loro di prosperare è stato iniettato nelle nostre anime e nella nostra società già da tempo.

Ogni atto di violenza è riprovevole e va seriamente e duramente condannato, soprattutto quando prende di mira chi è debole e fragile e quando irride all’autorità, che peraltro dovrebbe farsi garante che certi atti di violenza, perché tali sono anche se solo a livello verbale, non accadano. Ma siamo sicuri che questi atti non siano un grido d’allarme più profondo, che abbiano una radice che in realtà non si vuole estirpare, limitandosi a “curare” il sintomo, ovvero il singolo gesto, senza preoccuparsi di sradicare la radice cattiva, forse perché essa è dentro di noi?

Il saggio Joshua Meyrowitz nel suo testo Oltre il senso del luogo, collegava certi mutamenti sociali, e in particolare il cambiamento nei rapporti tra giovani e adulti, con l’avvento della televisione: non a caso il Sessantotto, di cui cade proprio il cinquantesimo anniversario, fu combattuto dalla prima generazione che non concepiva un mondo senza televisione, semplicemente perché quando era nata la televisione c’era già. Oggi sono i nipoti che vanno su Facebook, Instagram e su tante chat nelle quali, grazie alla vigliaccheria dell’anonimato, si prendono gioco di amici e compagni che hanno qualche difetto fisico o che, semplicemente, sono educati.

In cinquant’anni sono cadute tutte le barriere, le regole, e l’autorità non ha più  autorevolezza, se è vero che i genitori si vantano di essere amici dei figli. Ma non siamo in una sit com americana dove a volte i figli risolvono i problemi e si fanno carico dell’immaturità dei genitori: questa è la vita. Se sono amico di mio figlio, mi vedo quasi costretto a picchiare l’insegnante perché gli ha dato un brutto voto o l’allenatore perché lo tiene in panchina: cosa farebbe un amico? C’è pure di peggio: se colpiscono mio figlio è come se colpissero me, se mi facessero prendere atto della mia inconsistenza e della mia incapacità educativa, per cui reagendo difendo me stesso prima che mio figlio.

Tanto la libertà è al potere, come si proclamava nelle piazze cinquant’anni fa, e nel concetto di libertà c’è di tutto, tranne il fatto che la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri. Esistono solo diritti, ma non doveri, se qualcosa viene proibito sembra una censura e si arriva addirittura a ritirare fuori i fantasmi del fascismo. Meglio fuggire dalla realtà, per fortuna c’è il web dove tutto è permesso! Ma la realtà sta divenendo sempre più simile ad una chat in una società nella quale contano solo i numeri.

Perché dovrebbe impegnarsi a studiare un giovane, sapendo che solo il 58% dei laureati, dopo vent’anni di studio e sacrificio, trova un lavoro, spesso precario e certo non confacente agli studi e alle capacità?  Vogliamo togliere dalla nostra vita la fatica, i doveri, ma nel fare questo stiamo uccidendo la nostra dignità di esseri umani e se i giovani non trovano lavoro è anche perché, grazie alla tecnologia, c’è sempre meno bisogno di persone che lavorano e finalmente avremo la nostra libertà e tanto tempo libero. Forse troppo.

In una società che sembra ricca e invece è povera, nella quale l’intelligenza e la sensibilità sembrano un ostacolo, tanto che è uscito un libro che si intitola Come sono diventato stupido, perché contano solo la bellezza e i soldi visto che non siamo persone, siamo oggetti che si vendono e si comprano, nella quale vince chi urla di più, persino nei dibattiti politici, come possiamo pretendere che i nostri figli siano diversi?

Qualche mese fa un insegnante ha scoperto un giro di usura tra gli studenti e ha denunciato il fatto. Lo studente incriminato ha risposto: “Ma cosa vuole lei che guadagna in un mese quello che io guadagno in una settimana?”. Su questo ci dobbiamo interrogare, senza facili dietrologie o psicologia spicciola, perché nulla accade oggi che non abbia una conseguenza domani e un seme piantato ieri. In questo caso il bullismo ha radici ben piantate nella nostra vita, nella nostra società e nei mostri che siamo diventati.

Ci sostituiscano pure coi robot: tanto noi non siamo certo migliori di loro, che rispettano alla lettera le istruzioni codificate e non ambiscono alla “Libertà”. E noi ambiamo alla libertà? Pensiamo davvero che non avere regole equivalga ad essere liberi?

A parole tutto è libertà, ma forse, come l’amore, usare la parola non significa capirne il concetto. Perché “Libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione”, come canta Giorgio Gaber e noi non partecipiamo più, ognuno arranca e fa per sé. Non combattiamo contro i bulli, combattiamo contro noi stessi!


Claudia Culiersi, giornalista, conduce la trasmissione informativa musicale Music Box insieme a Lucia Marches, in onda su Ciao Radio il venerdì dalle 19.00 alle 20.00.

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