La passione silenziosa di Emily Dickinson

Sono passati anni da quando la mia insegnante di inglese propose alla classe di andare a vedere uno spettacolo su Emily Dickinson e la ringrazio ancora perché mi ha permesso di accedere ai vertici della poesia moderna e mi ha arricchito il cuore. Subito comprai tutte le poesie della Dickinson e le lessi prima tutto d’un fiato, poi le rilessi più lentamente per poter trarre anche i messaggi segreti e le corrispondenze d’anima che quei testi nascondevano ad una prima, veloce lettura.

Ritengo che per comprendere pienamente la poetessa americana e capire perché è giusto, a più di un secolo di distanza dalla morte, dedicarle un film, si debba procedere proprio in questo modo. Le sue poesie catturano subito, per l’immediatezza, la modernità e la ricchezza del lessico e delle metafore utilizzate, ma nel contempo vanno assaporate lentamente per poter cogliere ciò che è celato dietro all’apparente semplicità. E spesso ciò che si trova scavando sconvolge, perché parla davvero all’anima, ma non ad un’anima placida, bensì a tutte quelle anime in tormento perché vivono la vita pienamente e allora, come la pelle a stretto contatto col sole si brucia, anche l’anima, immersa nella profondità della vita, ne esce turbolenta e inquieta.

Mi piace quindi il titolo che Terence Davies, che cura anche la sceneggiatura, ha dato al suo biopic sulla Dickinson Quiet passion che in italiano si tradurrebbe letteralmente “Passione silenziosa” ma che giustamente non è stato tradotto. La vita della Dickinson fu certamente silenziosa, passata per lo più nella sua casa, sempre vestita di bianco, ma nel contempo ricca di emozione e di passione e di grida interiori, che lei sfogava scrivendo, perché, osservando la sua interiorità, osservò quella dell’umanità intera.

Ci sono poeti che scrivono ottime poesie, che però devono essere costantemente contestualizzate nell’epoca e nei luoghi in cui sono state scritte per poter essere correttamente comprese, mentre ci sono altri poeti che scrivono poesie parlando dell’animo umano, il quale, essendo di per sé immutabile nella sua sostanza nonostante il mutare dei tempi e dei luoghi, permette di capire i loro testi con immediatezza e in qualunque tempo e condizione. Di questo secondo tipo fa certamente parte Emily Dickinson quando penso a versi come: “Rimane oziosa l’anima/ che ha ricevuto un colpo micidiale/ lo spazio della vita le si stende davanti/ senza nulla da fare”: chi può dire di non aver mai vissuto queste sensazioni, espresse con tanta verità e profondità?

Leggere questi versi è leggere dell’umanità e sorge il sospetto che ci sia un collegamento tra la frenesia che la società moderna ci impone e il degrado morale in cui siamo immersi e che ci fa dimenticare la cifra della nostra umana essenza. Solo il silenzio, l’ascolto del proprio cuore può guidarci verso il recupero di una nobiltà che ci appartiene e che stiamo dilapidando, correndo dietro a tutto ciò che è fuori di noi, ma perdendo la nostra interiorità. Anche in questo senso Emily Dickinson ci è contemporanea, vicina come ogni cuore umano è vicino (pur nelle differenze del sentire) ad ogni altro.

La pellicola di Davies aiuta a capire la poesia dickensiana dando anche un importante spaccato della società americana ottocentesca, tra puritanesimo, guerra civile e un cristianesimo vissuto in maniera bigotta. Da apprezzare la sceneggiatura che non solo intriga per le battute argute, tipicamente ottocentesche, e la citazione (mai sufficiente, ma nobile) dei versi della poetessa, ma che pure fa scoprire una personalità diversa da quella celata dai cliché che circondano la Dickinson. Innanzitutto, le amicizie che Emily coltivava, prevalentemente per lettera, ma non solo, il suo carattere forte e volitivo, che si infrangeva contro il senso di inadeguatezza che spesso pervade l’animo, soprattutto femminile, e i cuori sensibili.

In fondo, la Dickinson celò ciò in cui si sentiva inferiore (cioè praticamente tutto) e si dedicò anima e corpo a ciò che le dava sfogo, soddisfazione (in vita, soprattutto interiore, visto che furono pubblicate pochissime sue poesie) e sicurezza: scrivere. Nel film è evidente che il suo rifiuto del mondo fu principalmente un rifiuto di se stessa, motivo per cui non si sposò mai, credendo anche il matrimonio un evento così esclusivo da considerare perse le amiche che convolavano a nozze.

Il film ha una ricercatezza raffinata e attenta nei dettagli dell’epoca, dall’abbigliamento all’arredamento, anche se ha il merito di non far prevalere l’esteriorità sull’interiorità: alla fine sembra che non sia successo in fondo un granché, ma il tempo è volato e si avverte quasi la fatica di aver seguito una vita così “avventurosa” anche se a suo modo. Personalmente, avrei indugiato meno sulle scene finali della malattia e della morte, benché inserite in un contesto che le giustifica e le nobilita.

Il film può essere un facile accesso alla conoscenza della Dickinson, come per me fu lo spettacolo teatrale al quale ci portò la mia insegnante, ma poi la Dickinson va letta e frequentata; basteranno pochi versi per sentirsela vicina e presente.

Questa è la mia lettera al mondo
che non ha mai scritto a me –
le semplici cose che la natura
ha detto – con tenera maestà.
Il suo messaggio è affidato
a mani che non posso vedere –
Per amore di lei – amici miei dolci –
con tenerezza giudicate – me.


Claudia Culiersi, giornalista, conduce la trasmissione informativa musicale Music Box insieme a Lucia Marches, in onda su Ciao Radio la domenica dalle 9.30 alle 10.30.

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