Questa di De André è la storia vera + intervista a Franz Di Cioccio

Fu tutto merito di Mina. Lei era già grandissima e sentì per caso “La canzone di Marinella”: se ne innamorò, la incise e da lì iniziò la carriera di Fabrizio De André. Era il 1967. Lui era solito dire che grazie a questo colpo di scena del destino avevamo avuto un mediocre cantautore invece di un pessimo avvocato.

De Andrè era di una buona famiglia genovese, suo padre era vicesindaco, e l’avrebbe voluto avvocato. A Cortina conobbe Paolo Villaggio, altro genovese eccentrico, e tra i due nacque un’amicizia che li portò a frequentare le bettole e le prostitute di Genova: insieme scrissero “Carlo Martello ritorna dalla guerra”. A loro si unirono anche Gino Paoli, Luigi Tenco e Umberto Bindi e insieme sbarcavano il lunario con lavoretti saltuari cercando il modo di vivere di musica (anche Villaggio cantava e componeva, pare sia sua la traduzione di “Le déserteur” di Vian firmata da un non meglio precisato Fantozzi).

Luigi Tenco arrivò al successo prima dell’amico Fabrizio e lo aiutò cantando la sua “Guerra di Piero” nel film “La Cuccagna” di cui era protagonista, mentre De André dedicò all’amico la meravigliosa “Preghiera in gennaio”, scritta in pochi minuti pochi giorni dopo la morte di Tenco. Entrambi sono morti a gennaio. De André è stato uno dei più grandi poeti moderni, anche se lui diceva che fino a 18 anni tutti scrivono poesie, poi restano solo due categorie di persone a scriverle, i veri poeti e gli stupidi: onde evitare di essere nella seconda categoria, pregava di chiamarlo cantautore.

Al di là dei termini, i suoi testi sono presenti nelle antologie scolastiche come esempio di moderna ars poetica, e fa strano pensare che ebbe sempre problemi proprio con gli insegnanti di lettere che consideravano sconclusionati i suoi temi. Già ne “La canzone di Marinella” De André ci avvicina ad un nuovo modo di fare musica: parla degli ultimi, di quelli che nessuno vede e di cui nessuno conoscerebbe mai la storia se non grazie alle sue canzoni con le quali le storie più umili assurgono a un grado di nobiltà.

“La canzone di Marinella” fu ispirata da una storia vera (come lui stesso dice nell’incipit del brano): una prostituta fu trovata morta nel fiume. Da questo evento, che per tutti era poco più di un trafiletto sul giornale, De Andrè riesce ad immaginare una vita principesca e poetica per la povera vittima che fa passare in secondo piano la sua professione, facendocela vedere come una donna. In tutti i brani (pensiamo a “Via del Campo” o a “Bocca di rosa”) De Andrè sa essere forte coi forti e potenti, di cui si fa beffe, mentre è sempre tenero coi derelitti e pure coi mascalzoni. Verso questo immenso popolo, che è sempre il protagonista delle sue canzoni, lui ha una sguardo insieme complice e tenero, riesce a diventarne l’amico, quasi il confidente, e, quando ne descrive gli errori, lo fa sempre con una morale assolutoria. I potenti invece sono ridicolizzati, sono quelli che implorano un po’ d’amore a caro prezzo in via del Campo, le comari che si aggrappano a tutto pur di mandare via Bocca di Rosa, e, seppur i loro comportamenti sono moralmente irreprensibili, ci fanno un po’ ridere e spesso li troviamo ingiusti, cattivi, pieni di sé. Proprio da qui nasce l’ironia, di cui De André è maestro: i benpensanti sbagliano proprio perché sono pieni di sé, certi di essere nel giusto, non si mettono in discussione, e quindi si prova più gusto a ridere delle loro disgrazie.

Lo stile di De André si conferma anche nelle opere più tarde: ricordiamo l’ironia di “Don Raffaé”, il drammatico e partecipato racconto di “Princesa”, che anticipa il tema del transgender. De André ha una visione molto cristiana e biblica della realtà: i benpensanti li descrive come ipocriti, farisei, che, come Gesù dice, pongono sulle spalle degli altri i pesi che non vogliono portare loro. In molti brani sembra di trovarsi davanti alla scena del peccatore e del pubblicano nel tempio, col primo contrito che sarà perdonato, e il secondo, sicuro e pieno di sé, che non sarà giustificato. Inoltre, chi può essere se non Cristo, “Il pescatore” che “versò il vino e spezzò il pane per chi diceva ho sete ho fame”? Non a caso Bocca di Rosa finisce in una processione a fianco della statua della Madonna, come una moderna Maddalena. Non poteva che essere lui a scrivere La buona novella, disco con brani basati sui Vangeli apocrifi, che forse interessavano maggiormente De André perché vedevano Gesù nella sua umanità. Così vediamo Giuseppe piegato sulla pialla, Maria che attira l’attenzione di tutti per via della sua strana maternità, il tutto narrato senza sconti, anzi, a volte con un’aderenza alla realtà che colpisce lo stomaco, a maggior ragione pensando che si sta parlando della Sacra Famiglia.

Ma è sempre De Andrè che canterà Non al denaro, non all’amore né al cielo, intero disco ispirato all’Antologia di Spoon River che all’epoca fece molto scandalo, per la traduzione di Fernanda Pivano e musicata insieme a Nicola Piovani. Ancora una volta gli ultimi, e soprattutto chi sbaglia ed è frettolosamente sottoposto al giudizio dei “benpensanti”, mentre spesso basterebbe conoscere le storie di chi sbaglia, per comprendere che forse “La cattiva strada” non viene imboccata per caso o per cattiveria, ma solo per predestinazione.

Profondo conoscitore dell’animo umano, descrisse in “Un giudice” quanto può essere feroce, ma anche disumana, la sete di vendetta e quanto può essere facile passare dalla ragione al torto. De André fu il cantore dell’amore non solo in brani come “Amore che vieni, amore che vai”, ma in tutta la sua produzione, perché i poveri protagonisti delle sue canzoni sono sempre guardati con amore. De André però ama descrivere le vite degli altri piuttosto che parlare di se stesso (si riteneva un argomento poco interessante), per questo l’amore è quello per la società, a volte criticata, ma sempre salvata perché fatta di Anime salve.

Da 20 anni De Andrè non è più con noi e questo fa pensare che i grandi non dovrebbero mai andarsene. Per fortuna, le sue opere restano e ci permettono di crescere ogni volta che le ascoltiamo, perché sono testi talmente profondi e raffinati che non si finisce mai di capirli: questa è l’immortalità dei veri artisti.

Di seguito l’intervista realizzata con Franz di Cioccio della PFM, il gruppo che ha collaborato in molte occasioni con De André. In particolare, a marzo partirà il loro tour che ripercorrerà sulle ali del ricordo, il tour che il gruppo fece nel 1979 con De André. 


Claudia Culiersi, giornalista, conduce la trasmissione informativa musicale Music Box insieme a Lucia Marches, in onda su Ciao Radio la domenica dalle 9.30 alle 10.30.

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